Spesso si è confuso la lettura con la pesantezza. Si è banalmente soppesato il libro prima di aprirlo e leggerlo, misurando la possibilità di leggere con il numero di pagine.
Ma innanzitutto la lettura è un atto d’amore verso sè stessi e non solo per la propria cultura. Dunque è fatto squisitamente qualitativo e non quantitativo.
Fu in verità per merito di Dostoevskij se la letteratura europea divenne un campo psichico in cui finalmente potè dominare la dimensione interiore. La narrativa smise di essere superficialmente descrittiva per cominciare a raccontare l’interiorità e il sottosuolo dell’anima. Anche Herman Hesse nel suo celebre romanzo Il lupo della steppa (Hesse 1927) con un forte sfondo autobiografico compì un’approfondita indagine interiore in cui emerse un uomo in lotta tra i suoi opposti. In quel periodo era in piena crisi spirituale e in terapia analitica presso uno psicanalista junghiano.
Più recentemente nel libro Una piccola libreria a Parigi di Nina George (George 2013), un bestseller assoluto in Germania, Jean Perdu è uno straordinario libraio cinquantenne che nella sua Farmacia Letteraria, una piccola libreria galleggiante ormeggiata sulla Senna, trova un libro-medicina per tutti curandosi di dettagliare ogni prescrizione per cui dice “Salvo diversa prescrizione, si consiglia la somministrazione su più giorni in un dosaggio ben tollerabile (da 5 a 50 pagine). Se possibile effettuare il trattamento con i piedi caldi o un gatto in grembo”. Ma Jean ha un suggerimento per tutti, ma non per sè. Da ventun anni vive nel ricordo dell’amata Manon, sparita all’improvviso lasciandogli soltanto una lettera che non ha mai avuto il coraggio di aprire.
Così descrive la sua determinazione a occuparsi dei piccoli malesseri degli esseri umani: «Volevo dedicarmi a quegli stati dell’animo che non hanno lo status di malattia e che i dottori non degnano di attenzione. Tutte queste timide emozioni, i moti interiori, a cui nessun terapeuta si interessa perché probabilmente troppo piccoli e incomprensibili. Ciò che proviamo quando l’estate finisce di nuovo. O quando capiamo di non avere più tutta la vita davanti per poter trovare il nostro posto nel mondo. O anche i sottili dispiaceri per quando un’amicizia rimane in superficie e bisogna continuare la ricerca di un confidente. La malinconia che ci coglie la mattina del compleanno. La nostalgia dell’aria che respiriamo nell’infanzia. E cose del genere.»
In un recente studio pubblicato sulla rivista Science e condotto da uno psicologo italiano, Emanuele Castano, alla New School for social research di New York è stato confermato che leggere romanzi sviluppa empatia. L’ipotesi da cui sono partiti i ricercatori è che il romanzo possa rappresentare una specie di allenamento alla comprensione delle emozioni degli altri (David Comer Kidd, Emanuele Castano, Reading Literary Fiction Improves Theory of Mind, Science 18 Ottobre 2013).
Solo recentemente sono state definite con chiarezza le caratteristiche essenziali che deve possedere un percorso biblioterapeutico, facendo riferimento all’approccio dei più noti esperti di fama mondiale che adottano da anni questo metodo (McCarty Hynes A., Hynes-Berry M., 1994). La biblioterapia va impostata come un processo interattivo che presuppone la condivisione e la discussione, sincronica o differita, di vissuti interiori che emergono da una lettura di un testo prescritto da un professionista esperto sul metodo e in relazione al contesto professionale in cui si interviene.