Così come suggestivamente sottolineato dallo psicanalista inglese Donald Winnicott il primo luogo abitato dall’essere umano nel suo evolvere è il grembo materno e la madre è definita madre-ambiente per la sua funzione facilitante nello sviluppo del rapporto tra bambino e ambiente.

In quest’ottica la Casa è la seconda pelle vista la sua funzione contenitiva, il luogo e lo scenario del quotidiano esistere dove le persone cercano ristoro e riposo, ma i moderni contesti urbani rischiano di creare troppa disgregazione sociale.

Martin Heidegger disse che solo chi è capace di abitare può costruire per cui spesso l’abitare di molti risulta impoetico. Se si pensa ai costruttori e alla frenesia che ha caratterizzato e caratterizza tuttora il costruire case in questo Paese ci si deve interrogare sulla possibilità reale di imparare ad abitare una casa e prima ancora un luogo con la sua storia e la sua cultura. Se si considerano i complessi equilibri architettonici che ispiravano la costruzione della città rinascimentale e lo sviluppo problematico delle periferie moderne c’è da riflettere sulla grave perdita di centro e di senso di comunità che viviamo.

Abitare è dunque una imprescindibile necessità identitaria che rimanda a un costrutto personale attivo. L’essere umano non può essere pensato se non in termini situati. La percezione dell’ambiente condiziona largamente il senso di controllo e di benessere generale.

Sulla casa e il suo intorno c’è da considerare tutto un itinerario evolutivo che parte dalla casa genitoriale per giungere alla casa coniugale o la casa propria per il singolo preso nella sua singletudine. Tra la prima casa, luogo della residenza e della stabilità per eccellenza, spesso coincidente con il primo progetto abitativo della coppia o del singolo del mettere su casa, c’è la seconda casa, luogo transitorio e della vacanza e per taluni versi necessariamente instabile, luogo del distacco, del bisogno di stare fuori, ma al contempo dentro, luogo sensazionale e dell’incontro. E, per finire, c’è, per qualcuno, la terza casa, il luogo della progettazione avanzata, punto di arrivo di una maturazione intorno al vivere la casa. Si tratterebbe di concepire tali case come abitazioni fisiche, ma anche progetti di cambiamento arredativo e funzionale.

A un certo punto della sua vita Le Corbusier, il noto architetto francese, si costruisce la casa contemplando i suoi bisogni spirituali ritirandosi nella contemplazione della natura, recuperando l’idea rinascimentale della sezione aurea che identifica un rapporto matematico tra due lunghezze disuguali. Fu così anche per Jung, il famoso psicanalista svizzero, che a un certo punto della sua vita si fece costruire una torre circolare in pietra a Bollinger sulle rive del lago di Zurigo per vivere in una forma quasi primitiva senza corrente elettrica, nè acqua corrente come nel grembo materno. Tuttora è un luogo di forte energia psichica.

C’è tutto un processo, in parte consapevole, che sta alla base del fare casa e che è finalizzato ad addomesticare gli spazi, ad acquisire specificità e carattere, per sentirsi a casa con certezza, per dare collocazione e rilevanza agli oggetti.

L’uomo come aveva ben intuito Leonardo vive verticalmente nell’orizzonte per cui è iscrivibile in un cerchio e in un quadrato, così come è rappresentato nell’uomo vitruviano.